PLATINI

Michel Francois Platini nasce il 21 giugno del 1955 all’ospedale Genibois di Joeuf, un paese fino a quel giorno sconosciuto. Michel è il secondo figlio di una coppia di ristoratori di origine italiana, conosciuti per la loro bravura nel cucinare la pasta.

Michel Platini

Il giovane inizia a formare la sua tecnica calcistica seguendo il papà Aldo, capitano della squadra del Jovincenne, “spiando” gli allenamenti e perfezionando alla fine di questi i suoi tiri, dribbling, punizioni… Viene, per la sua bassa statura, soprannominato il “Ratz”, ma continua intanto ad allenarsi, fino ad arrivare nella prima squadra del club di Joeuf , e riesce a segnare un goal contro una delle squadre più forti del torneo, il Jarny. Nel giro di pochi mesi, il nome di Platini è sulla bocca dei migliori selezionatori; nel 1972 viene invitato ad uno stage di selezione. Il campioncino di Joeuf risulta, però, dalle visite del medico del Metz, soffrire di insufficienza cardiaca e viene perciò rifiutato. Platini lavora duro e decide di tentare con la squadra rivale del Metz, il Nancy; raggiunge in centro di formazione di questa squadra il 22 giugno del 1972. E’ con questa compagine che si affaccia al calcio professionistico; è il titolare della squadra di serie C ed è selezionato come dodicesimo uomo per le partite di serie A. La prima apparizione nella serie A francese è nella stagione 1972/73, quando il Nancy affronta il Nimes; debutta come ala sinistra. A soli 18 anni, passa da questo ruolo a quello di regista del Nancy. Ma è il 1976 l’anno del suo debutto sulla scena internazionale: segna il suo primo gol in nazionale il 27 marzo al Parco dei Principi, contro la Cecoslovacchia; in quello stesso anno partecipa ai Giochi Olimpici di Montreal e vince la Coppa di Francia con la sua squadra, il Nancy, segnando il gol della vittoria contro il Nizza. Nel 1977, l’atleta preferito dalle francesi dà alle sue ammiratrici un enorme dispiacere: il 27 dicembre si sposa con una studentessa di economia, figlia, come lui, di genitori italiani. Da questo matrimonio nasceranno due bambini. In questo stesso anno si classifica al terzo posto all’assegnazione del Pallone d’oro; è solo un avvertimento a tutti i fortissimi calciatori europei: lo vincerà per tre anni consecutivi, 1983/84/85.
Nel 1978, Michel Platini partecipa ai Mondiali di calcio Argentina 78, offrendo un saggio della sua immensa classe, ma non tutti i suoi compagni di squadra sono all’altezza del grande numero dieci e la Francia è rapidamente eliminata. In quel mondiale la Francia è eliminata dai padroni di casa dell’Argentina, poi campioni del mondo, ma in quella partita “le Roi” segna il suo primo gol in coppa del mondo.
Il 31 maggio del 1979, il RE del calcio piazzato, così chiamato per le sue micidiali punizioni, gioca la sua ultima partita con il Nancy, segnando due gol contro il Lille, nello stesso anno firma il contratto con ” il sogno di tutti i bambini”, così Platini ama descrivere il Saint-Etienne ai giornalisti. Sul contratto, elaborato nella sua dimora di Nancy con Roger Rocher, presidente di Saint-Etienne, è indicato che le maglie saranno fornite e lavate dal club… Dopo aver letto queste righe Michel non ha potuto trattenersi dal telefonare a sua moglie e dall’esclamare, scherzando: “Vedi, da oggi non dovrai più lavare le mie maglie!”. Nel luglio ’79, Platini inizia il suo primo allenamento con la mitica maglia verde; rispetto agli anni del Nancy, dove giocava con un gruppo di amici, non ha molti contatti umani anzi è molto colpito dalla freddezza dei giocatori.

Freddezza che vince in quel 7 Novembre nella partita contro il PSV Eidhoven; i giocatori del Saint-Etienne, guidati dal loro numero 10, infliggono un severo 6 a 0 ai loro avversari. Il campo dei “Verdi” è in ebollizione e scoppia di gioia quando il pubblico, per la prima volta, si mette a scandire: “Platini, Platini…”. Nel 1981, Platini ottiene per la prima volta il titolo di campione di Francia in occasione dell’ultima partita di campionato contro il Bordeaux (2 a 0); è l’autore delle due reti. Il 18 novembre, la Francia incontra i Paesi Bassi per l’ultima partita di qualificazione per il mondiale spagnolo. I “Bleus” devono assolutamente vincere per poter giocare la loro seconda Coppa del Mondo consecutiva. Hidalgo, il selezionatore, è al centro delle critiche dopo cinque sconfitte in sei partite. Al 52° minuto, l’arbitro, Garrido, offre ai francesi un calcio di punizione ben piazzato. Platini, maestro in quest’esercizio, tira contro il muro degli olandesi, ma il difensore Peters respinge di mano la palla. Garrido accorda immediatamente una seconda chance al capitano francese che, come d’abitudine, bacia delicatamente la palla e con un tiro interno del piede destro inganna il portiere Van Breukelen con un pallonetto; partita vittoriosa che spedisce i Tricolori in Coppa del Mondo. Nel 1982, guida la Francia al quarto posto nel Mondiale spagnolo, si rivela uomo partita nella tremenda semifinale persa contro la Germania Ovest a Siviglia. Un fatto insolito si produce durante la partita di primo turno contro il Kuwait. Dopo una rete francese, assolutamente valida, l’Emiro kuwaitiano scende in campo e contesta il goal che viene annullato dall’arbitro. I giocatori francesi restano di sasso! Alla fine vincono la partita 4 a 1 con una rete di Platini. Dopo aver brillato durante la competizione spagnola, il numero 10 della Francia viene ingaggiato dalla Juventus, scelto da Gianni Agnelli per dare un po’ di “fantasia” al gioco. Michel Platini entra alla Juventus per 880 milioni di Lire, per due anni. Alla firma del contratto, il francese insiste su un solo punto: restare disponibile al 100% per la nazionale francese. Nella stagione 1982/83, quella dei primi passi nel Calcio italiano, del “Francese”, così soprannominato per il suo stile “di classe”, non si apprezza il vero Platini, non sono momenti facili. La difesa italiana è dura e rigorosa e Michel trascina delle lesioni che si è procurato durante il Mondiale. Le prime partite non sono belle. In Coppa Campioni, nel 1983, dopo aver battuto i polacchi di Lodz (2 a 0 all’andata, 2 a 2 al ritorno), la Juve va ad Atene, il 25 aprile, per disputare la sua prima finale europea dopo dieci anni, contro l’Amburgo. Una vittoria potrebbe salvare la stagione dei piemontesi. Alcuni giorni prima, sfugge loro di poco lo scudetto, vinto dalla Roma. Per novanta minuti, Platini gioca in avanti, dietro, al centro, ma non serve a niente. La Juventus perde (1 a 0). In questa fine d’anno, il nuovo numero 10 dei Bianconeri si consola con la Coppa Italia ed il titolo di miglior giocatore d’Europa: vince il suo primo “Pallone d’Oro”. Il 1984 è l’anno della rivincita; con la Juventus ottiene la sua prima incoronazione europea nella finale della Coppa delle Coppe contro l’Oporto (2 a 1). Vince ancora il “Pallone d’Oro”; nello stresso anno vince anche il campionato italiano considerato il più difficile del mondo, ed è capocannoniere (83/84/85). I tifosi della Juve impazziscono per il nuovo re. Ma il 1984 non è ancora finito; non ancora sazio, il leggendario calciatore francese si aggiudica con la Francia, il Campionato Europeo, disputato nella sua amata terra, dopo la terribile semifinale con il Portogallo (battuto solo ai supplementari), si passa anche in finale contro la Spagna, per 2 a 0. Il 1985, è un altro anno carico di successi, ma nello stesso tempo pieno di tristezza. Il 29 Maggio, è suo il rigore che porta la Juventus sul tetto d’Europa, vince la Coppa dei Campioni, ma della serata allo stadio Heysel di Bruxelles, più di tutto si ricorda la tragedia: morti provocati da scontri tra le due tifoserie e dalla frana di una parte dello stadio che travolse decine di appassionati ultras. Michel Platini conserva molti ricordi del 1985.

 

MEAZZA

Giuseppe Meazza nasce il 23 agosto del 1910 a Milano;
Giuseppe Meazza
a 14 anni, veste la sua prima maglia nerazzurra: infatti, nel 1924, viene tesserato dall’Inter, dopo aver partecipato ad un provino con le squadre giovanili.
Perso il padre all’età di sette anni, durante la prima guerra mondiale, vive con la madre che vende frutta al mercato di Milano. La scelta di entrare nel mondo del calcio è obbligata: infatti, vi ripone tutte le speranze fin dalla tenera età. Nel 1927, gioca con la prima squadra nel torneo Volta di Como, dove si presenta con ancora indosso i calzoni corti, tanto che Gipo Viani, centromediano di quell’Ambrosiana-Inter, afferma: “la prima squadra sta diventando la rappresentativa dell’asilo”. Durante il torneo, Viani non può che rimangiarsi le parole: l’esordio, per il giovanissimo Meazza, è da favola. Segna due gol e regala la Coppa Volta alla propria squadra. Nel 1929, il grande campione milanese disputa il primo campionato di seria A; con l’Ambrosiana-Inter, gioca 33 partite su 34, vince lo scudetto 1929/30 e la classifica dei cannonieri, segnando ben 31 gol.
Il 9 Febbraio 1930, a Roma, esordisce in Nazionale, contro la Svizzera: segna 2 gol, l’Italia vince per 4 a 2. La vera e propria consacrazione, Meazza l’ha ricevuta l’11 maggio di quel 1930, quando, a Budapest, la compagine azzurra umilia la grande Ungheria con un sonoro 5 a 0: tre di quei gol sono realizzati proprio da quel ventenne centravanti che stava diventando uno dei più grandi attaccanti della storia del pallone, un autentico fuoriclasse.
Di lui si dice sia stato un vero fenomeno del palleggio e della finta, un mago dell’intuizione: aveva l’arte di stregare i portieri e di entrare in porta con il pallone al piede. Ricordiamo 2 delle tante e grandi giocate da antologia, a cui erano abituati i suoi tifosi: la prima, il 27 aprile 1930, a Milano; gioca contro la Roma. Meazza, nei primi tre minuti di gioco, segna tre gol. Un’altra è quella della partita contro l’Austria; si gioca sempre a Milano, il ventenne, campione di Inter e Nazionale, rincorre una palla in profondità, ma vede con la coda dell’occhio i due terzini austriaci che irrompono contro di lui. Meazza si arresta, ferma la palla con la suola delle scarpe, facendo scontrare i due difensori che finiscono a terra; intanto, lui riprende la corsa, scarta il portiere e realizza uno dei più bei gol della storia del calcio. Nel 1934, è campione ai Mondiali organizzati in Italia, battendo in finale, a Roma, la Cecoslovacchia per 2 a 1.
Con la maglia azzurra ha giocato 53 partite, segnando ben 33 gol; molto triste per lui fu il giorno in cui Gigi Riva battè il suo record toccando quota 35. Il commento di Meazza, nel vedersi cancellare il record, è stato: “Bravo quel Riva, ha segnato tanti gol giocando contro Cipro e Turchia. I miei gol sono stati sicuramente più importanti”. Non si può non essere d’accordo: consegnò all’Italia 2 Mondiali. Nel 1936, vince per la seconda volta la classifica dei cannonieri del campionato italiano con 25 gol.
I suoi gol in serie A sono stati ben 267, divisi tra gare giocate con l’Ambrosiana – Inter, ben 365 presenze per 248 gol, 2 campionati e Coppa Italia prima di passare al Milan, alla Juventus, all’Atalanta ed al Varese; termina comunque la carriera alla sua Inter, dove torna a giocare a ben 38 anni in una partita contro il Bari, salvando la squadra dalla retrocessione.
Il 1938 è un anno epico;

Giuseppe Meazza

Peppe Meazza vince il secondo scudetto con l’Inter e per la terza volta è il capocannoniere del campionato italiano con 20 gol. Ma la vittoria più bella è quella ai campionati del Mondo di Francia, dove la nazionale, guidata dal C.T. Vittorio Pozzo e dal capitano, Meazza, si aggiudica il secondo mondiale consecutivo, battendo l’Ungheria nella finalissima di Parigi per 4 a 2. Di quel mondiale è indimenticabile il penalty calciato dal capitano nella semifinale contro il Brasile a Marsiglia il 16 giugno. Il portiere dei verde-oro, Walter, conosciuto soprattutto per la sua fama di pararigori, è ipnotizzato, quando a Meazza, alla fine della rincorsa, cominciano a cadere i pantaloncini; oltre al pubblico stupefatto, tutti in campo sono presi da un momento di sbandamento, tutti sono stupiti e sorridono, tutti tranne uno, il grande fuoriclasse dell’Inter, che continua a correre, calcia,: è gol ed apre la strada all’Italia per la finale. Nel 1939, vince la Coppa Italia con l’Inter e viene sottoposto ad un intervento chirurgico per insufficienza circolatoria alle gambe. Il 20 luglio gioca la sua ultima partita in nazionale. La stagione 1942/43 è l’unica che disputa nella Juventus; si ricordano le 27 presenze accompagnate dai 10 gol. Nel 1948, gioca la sua ultima partita, a 38 anni. Dopo la fortunata carriera da calciatore, diventato giornalista ed allenatore, non ha avuto in entrambe le professioni un successo da luci e riflettori. Allena l’Inter, la Pro Patria ed altre squadre, oltre ad essere per vari decenni responsabile del settore giovanile dell’Inter.
Come molti altri campioni ha difficoltà a spiegare a professionisti meno dotati gesti tecnici e situazioni tattiche a lui congeniali e molto naturali. Preferisce concentrarsi sull’educazione dei giovani calciatori. Nel 1949, decide di occuparsi del giovane Sandro Mazzola comprendendo il suo dolore da orfano e le sue immense qualità tecniche. Lo convince a firmare un contratto con l’Inter, in cui diviene il suo erede naturale. In molte occasioni, sia sotto la presidenza Masseroni che quella Moratti (Angelo), occupa il ruolo di allenatore: al richiamo nerazzuro è sempre pronto e lieto di rispondere.
Il 27 ottobre 1979, muore a Rapallo, vittima di un male incurabile. A lui è stato intitolato, pochi mesi dopo, lo stadio di San Siro (Milano), doveroso riconoscimento alla bravura e genialità calcistica ed ai suoi trionfi con la maglia della nazionale, forse irripetibili. E’ stato il primo calciatore morto in età pensionistica a dare nome ad uno stadio di squadra professionistica.

Giuseppe Meazza

Negli anni successivi, la prestigiosa dedica è andata a Silvio Piola e Nereo Rocco, altri monumenti del calcio degli anni trenta.
Negli anni Trenta, Meazza è stato indubbiamente il campione che più di ogni altro ha infiammato le folle, denominato il “balilla”, proprio per i suoi inizi da adolescente. E’ stato molto fiero di lui anche Benito Mussolini, soprattutto quando l’Italia si corona campione a Parigi, contro le ire del pubblico di casa.
Ha detto di lui Vittorio Pozzo, allenatore dei successi mondiali del 1934 e 1938, “Averlo in squadra significa partire da 1 a 0”. Antonio Papa e Guido Panico, in Storia sociale del calcio in Italia, del 1993, hanno scritto: “La memoria sportiva e la leggenda si impadronirono di Giuseppe Meazza come di nessun altro personaggio della storia italiana del calcio”. Ai primi passi con l’Inter, nel 1927, La Gazzetta dello sport (del 12 settembre) lo ricorda, dopo la partita con la Cremonese, per il suo “gioco fresco, intelligente e svelto”. Ed ancora, Vittorio Pozzo nelle sue memorie, Campioni del Mondo. Quarant’anni di storia del 1960: “Era l’attaccante nato. Vedeva il giuoco, capiva le situazioni, distribuiva con criterio, faceva funzionare l’intero settore di avanguardia. Non era da giovane, e non lo fu nemmeno da anziano, un robustone. La sua concezione del giuoco fu sempre tutta tecnica”.

MARADONA

Maradona nasce il 30 ottobre 1960 nel quartiere povero di Villa Florito, nella periferia di Buenos Aires, dove trascorre i giorni di bambino giocando per strada e dimostrando già sprazzi di talento definito unanimamente divino.
La sua carriera inizia nell’argentinos Junior, per poi proseguire, sempre in Argentina, nelle fila del Boca Juniors (squadra della quale Maradona è sempre rimasto accesissimo tifoso).
Esordisce a livello internazionale con la nazionale giovanile argentina (con cui vincerà il titolo mondiale nel 1979) e da li a poco verrà inserito nella nazionale maggiore.
Dopo il mondiale del 1982 in Spagna, viene ingaggiato dal Barcellona e approda finalmente sul palcoscenico del calcio europeo.
In spagna Diego gioca per due stagioni, collezionando prestazioni memorabili e un terribile infortunio (Goicoechea, difensore dell’Athletic Bilbao, gli frattura la caviglia sinistra e gli rompe i legamenti con un’entrata assassina).
Nel 1984 l’evento che segna la svolta nella vita calcistica di Maradona: il 30/06/1984 firma un contratto con il Napoli.
La città partenopea adotta subito Dieguito a suo idolo e il calore dei tifosi viene ricambiato dall’amore che sempre Maradona manifesterà nei confronti di quella che diventerà la sua “seconda patria”.
Con il Napoli Diego raggiunge i traguardi più prestigiosi: 2 scudetti, 1 coppa italia, 1 coppa UEFA e una supercoppa italiana.
E’ il periodo più felice di Maradona: ai successi sul campo si affiancano una condizione fisica e tecnica all’apice e una fama inarrivabile nel mondo, in questo periodo Diego E’ il calcio.
Nel frattempo trascina la nazionale Argentina alla vittoria nei mondiali del 1986 in Messico: Maradona disputa un torneo strepitoso segnando nella stessa partita due goals(che sarebbero rimasti nella storia) contro l’Inghilterra, uno di mano (la cosiddetta “mano di Dio”) e il secondo dribblando avversari come birilli e incantando tutti gli appassionati del mondo.
Negli anni novanta arriva il declino della sua stella: nel 91 viene trovato positivo ad un controllo antidoping in campionato e di conseguenza squalificato per 15 mesi.
Scontata la squalifica Diego rifiuta di tornare al Napoli: l’idillio con la città è rimasto sempre lo stesso, ma i rapporti con la società sono franati.
Chiede perciò di essere ceduto e nel 1992 torna nella Liga spagnola con la maglia del Siviglia.
L’anno seguente (1993) sembra veder rinascere Diego: ritorna in nazionale e aiuta l’Argentina a superare l’Australia nello spareggio per la qualificazione ai mondiali americani del 94.
Ma ormai la sua carriera ha imboccato il viale del tramonto e tutti gli sportivi soffrono per come questo grande campione riesca a farsi del male: è il giugno del 1994, Stati Uniti d’America, campionato mondiale, Diego risulta positivo al test antidoping ed è cacciato dalla manifestazione…..
Tornerà ancora sui campi da gioco (nel 95 col Boca), ma si tratterà solo dell’ombra del campione che fu.
Una cosa risalta nitidamente agli occhi di tutti gli sportivi: tanto era grande in campo Diego, quanto era debole nella vita.
Le cronache recenti parlano di un uomo imbolzito, grasso, che fatica a rimettere nei giusti binari una vita rovinata dalla droga, ma chiunque abbia visto un suo goal, una punizione, un dribbling…. o un semplice sorriso che regalava senza protervia, non può dimenticare il “Pibe de Oro”, forse il più grande fantasista del mondo, di certo l’ultimo grande giocatore tutto “talento e fantasia” in un calcio già divenuto troppo tattico e fisico..

UN BREVE RIASSUNTO DELLA VITA DI MARADONA
30/10/1960: Diego Armando Maradona nasce a Lanús, nella periferia di Buenos Aires. E’ il quinto degli otto figli di Diego Maradona e Dalma Salvadora Franco.
5/12/1970: Inizia a giocare nelle Cebollitas, la squadra giovanile dell’Argentinos Juniors.
20/10/1976: Gioca la prima partita nella Serie A argentina con la maglia dell’ Argentinos Juniors contro il Talleres de Córdoba, dieci giorni prima del suo sedicesimo compleanno, entrando all’inizio del secondo tempo con la maglietta numero 16 al posto di Giacobetti.
14/11/1976: Segna il suo primo gol, contro Lucangioli, portiere del San Lorenzo di Mar del Plata.
27/02/1977: Debutta con la maglia della nazionale argentina contro l’Ungheria.
Maggio 1978: L’allenatore della nazionale Cesar Menotti non lo convoca per il mondiale del 1978 ritenendolo troppo giovane.
2/6/1979: Segna il suo primo gol in nazionale, a Glasgow contro la Scozia.
7/9/79: Guida l’Argentina alla vittoria della Coppa del Mondo giovanile in Giappone segnando anche un gol su calcio di punizione nella finale vinta 3-1 contro l’Unione Sovietica.
19/2/1981: Si trasferisce al Boca Juniors.
22/2/1981: Debutta nel Boca vincendo 4-1 contro il Talleres de Córdoba e segnando due reti.
16/8/1981: Vince il campionato con il Boca Juniors.

4/6/1982: Firma per il Barcellona .
24/9/1983: Subisce l’infortunio piú grave della sua carriera quando Andoni Goicoechea, difensore dell’Athletic Bilbao, gli frattura la caviglia sinistra e gli rompe il legamento.
30/6/1984: Firma per il Napoli.
5/7/1984: Presentazione ai tifosi del Napoli -foto!- in una festa indimenticabile.
22-29/6/1986: Segna prima il celebre gol con la “Mano di Dio” e poi realizza un gol meraviglioso nella vittoria per 2-1 contro l’Inghilterra nei quarti del mondiale. Guida praticamente da solo l’Argentina fino al trionfo contro la Germania Ovest per 3-2 nella finale.
10/5/1987: Guida il Napoli alla vittoria del primo scudetto (foto della squadra).
17/5/1989: Vince la Coppa UEFA col Napoli, che ottiene la prima vittoria in una competizione europea.
Agosto-Settembre 1989:Trascorre due mesi in Argentina, tornando in Italia solo dopo l’inizio del campionato.
29/4/1990: Vince il secondo scudetto col Napoli.
8/7/1990: Porta l’Argentina alla finale del mondiale a Roma, partita persa per 1-0 con la Germania Ovest a causa di un calcio di rigore molto dubbio.
17/3/1991: Viene trovato positivo a un controllo antidoping e viene squalificato per 15 mesi dai campi di calcio.
1992: Rifiuta di tornare al Napoli dopo la squalifica e chiede un trasferimento. Viene ingaggiato dal Siviglia.
4/10/1992: Debutta con la maglia del Siviglia, perdendo 2-1 contro l’Athletic Bilbao.
10/10/1993: Lascia il Siviglia per il Newell’s Old Boys in Argentina. Perde la prima partita per 3-1 contro l’Independiente.
31/10/1993: Ritorna a giocare in nazionale a Sydney contro l’Australia per gli spareggi di qualificazione al mondiale USA 1994. Pareggia 1-1 e il gol argentino è propiziato da una grande giocata di Diego.
17/11/1993: L’Argentina con Maradona come capitano batte 1-0 l’Australia e si qualifica per il mondiale.
2/12/1993: Gioca la sua ultima partita con il Newell’s contro l’Huracán.
Giugno 1994: Gioca due partite con la nazionale argentina nel mondiale americano segnando anche un gran gol contro la Grecia, prima di essere squalificato per uso di efedrina, sostanza non consentita dalla FIFA.
3/10/1994: Prima esperienza da allenatore: viene ingaggiato dal Deportivo Mandiyú di Corrientes. Due mesi dopo rinuncerá all’incarico.
6/5/1995: Seconda esperienza da allenatore: viene ingaggiato dal Racing. Quattro mesi dopo dará le dimissioni.
7/10/1995: Ritorna a giocare nel Boca Juniors nella partita Boca-Colón 1-0. I tifosi del Boca gli preparano un’accoglienza indimenticabile nello stadio della “Bombonera”.
1996: Continua a giocare per il Boca Juniors.
24/8/1997: Ritorna in gran forma a giocare per il Boca Juniors, segnando nella partita vinta 4-2 contro l’Argentinos Juniors. Viene di nuovo trovato positivo, nonostante ci siano dei sospetti su un possibile complotto.
25/10/1997: Gioca la sua ultima partita col Boca, vincendo 1-2 in casa del River Plate.
30/10/1997:Decide di ritirarsi dal calcio proprio il 30 ottobre, giorno del suo 37esimo compleanno.
1998: Non gioca la coppa del mondo, ma va in Francia per commentare le partite per una televisione argentina.
Novembre 1998: Torna per la prima volta in Italia dopo oltre sette anni.
1999: Approva con entusiasmo la realizzazione di un film sulla sua vita e partecipa al film “Tifosi”

RIVA

Gigi Riva è considerato da molti esperti del calcio
come il più grande attaccante italiano del dopoguerra.
Rombo di tuono ha rappresentato il mix ideale che deve caratterizzare un grande cannoniere: forza, velocità, tecnica e carattere lo hanno reso un personaggio amato da tutti gli appassionati di calcio. Diciottenne, esordisce in serie C con il Legnano per poi essere ingaggiato dal Cagliari nel 1963.
Nella squadra sarda rimane per tutta la carriera, nonostante i più grandi club italiani abbiano con insistenza cercato di accaparrarselo. Il grande sinistro di rombo di tuono fa uscire il Cagliari dall’ombra, fino a vincere uno storico scudetto, unico per i sardi, nel 1970.
Nello stesso anno, vince la classifica dei cannonieri del campionato italiano, già vinta nel 67 e nel 69.
In Sardegna gioca 13 campionati consecutivi, disputando ben 289 incontri con 155 reti; è un’ottima media, se si considerano i numerosi infortuni patiti dal campione.
La sua fede al Cagliari lo ha reso una bandiera, il suo carattere e la sua serietà un esempio per i più giovani. In nazionale gioca 42 partite, segnando 35 gol (2 più di Meazza) e contribuendo al successo italiano ai Campionati Europei del 1968.
Il sogno mondiale nel 1970 in Messico è cancellato in finale dal Brasile di Pelè, dopo che, in semifinale,

Gigi Riva in nazionale

un grande Riva contribuisce allo spettacolare 4 a 3 sulla Germania.
Gigi Riva, insieme a Piola e Meazza, è stato il più grande attaccante italiano: il suo gioco è caratterizzato da una prorompente esuberanza fisica, che gli è valsa il celeberrimo soprannome da parte di Gianni Brera: Rombo di tuono. Il triennio 67/70, oltre ad essere stato il più titolato, è stato anche quello più travagliato per Riva: frattura del perone sinistro (in nazionale nel 1967) e frattura del perone destro (1970 in nazionale, ma dopo i mondiali).
Termina la carriera nel 1976, in seguito ad un altro incidente di gioco (l’ultimo match il 01/02/1976 Cagliari-Milan 1-3). La fedeltà di Riva ad un’unica squadra ha fatto sì che tra i grandi campioni sia uno dei meno titolati, ma questo non toglie nulla al suo valore: rimane uno dei più grandi attaccanti di tutti i tempi. Dopo un periodo di presidenza del Cagliari, Riva approda nello staff della nazionale, dove tuttora svolge il ruolo di team-manager.

SCIREA

Quando si parla di fuoriclasse, il più delle volte ci si riferisce ai grandi goleador, quelli che “fanno la differenza”; non si deve dimenticare, però, il detto: le partite si vincono in difesa.

Gaetano Scirea con la maglia della Juventus.

Tra i difensori che hanno fatto la storia del calcio, Gaetano Scirea è stato uno dei più bravi e titolati, probabilmente il più grande libero di tutti i tempi.
Nasce il 25 maggio del 1953 a Cernusco su Naviglio, provincia di Milano. Il suo esordio in serie A è datato 24 settembre 1972, con la maglia dell’Atalanta. Nella squadra bergamasca milita per due stagioni di fila, fino al 1974, prima di passare alla Juventus, con la quale vince praticamente tutto; nonostante ciò non gli è stato mai concesso il pallone d’oro, trofeo tabù per i difensori.
Con l’Atalanta gioca 58 partite, 20 in serie A e 38 in serie B, segnando un gol; gioca prima come marcatore, poi passa al ruolo che tanto lo ha visto protagonista: il libero. Nel 1975, vince il suo primo scudetto con la maglia bianconera: ne vincerà sette in 11 anni. Nello stesso anno, c’è l’esordio in nazionale: è il 30 dicembre, si gioca Italia-Grecia, finita 3 a 2 per gli azzurri. Con la rappresentativa azzurra colleziona ben 78 presenze, segnando 2 gol, partecipa a tre mondiali (78/82/86), vincendone uno.
Scirea è abile ed elegante, il suo stile perfetto lo distingue dai ruvidi difensori degli anni Sessanta-Settanta. Nel 1977, c’è l’accoppiata campionato-Coppa UEFA.
Nella massima serie italiana, gioca nella stagione 76/77 ben 30 partite, segnando 1 gol; sono invece 12 le partite giocate in Europa. Anche qui mette a segno un gol. Nella doppia finale di coppa, la Juve se la vede con l’Atletico Bilbao; 1 a 0 a Torino per i bianconeri, 2 a 1 a Bilbao, per gli spagnoli, ma la Juve si aggiudica la coppa per la migliore differenza reti. Altro scudetto nel 1978, che precede la partenza per l’Argentina; ai mondiali, Scirea è molto contestato dalla stampa milanese e l’Italia si classifica quarta.
Nel 1979, vince la coppa Italia, sempre con la Juventus piglia-tutto di quegli anni. Con Gentile, Cabrini, Furino e Brio, forma uno dei blocchi difensivi più imponenti ed efficaci che la storia ricordi. Nel 1981, arriva il quarto scudetto della sua carriera; è nel pieno della maturità calcistica ed il mondiale è alle porte.
Il 1982 è forse l’anno più glorioso per il grande libero. Ecco il quinto scudetto, ma è il Mondiale che gli fa acquistare, di diritto, un posto nel tempio dei Fuoriclasse. In Spagna l’Italia non parte bene, ma diventa grande partita dopo partita e Scirea è uno dei protaginisti; in finale, è la Germania Ovest a cadere sotto i colpi degli azzurri, 3 a 1: Campioni del mondo – Campioni del mondo – Campioni del mondo, gridava Nando Martellini alla TV.
Il 1983 è un anno poco felice, non solo per il mancato scudetto (va alla Roma), ma per la brutta batosta ad Atene in finale di Coppa Campioni: l’Amburgo passa per 1 a 0.

Gaetano Scirea mostra felice la Coppa del Mondo

Scirea deve accontentarsi di un successo in Coppa Italia, magra consolazione, anche per un campione come lui che ha dato lezioni di umiltà.
Nel 1984, la Juventus torna sul tetto d’Italia e d’Europa, sesto scudetto per Scirea e doppia vittoria in Europa, Coppa Coppe, a Basilea, 2 a 0 al FC. Porto e vittoria della Supercoppa europea.
Nel 1985, lo scudetto non arriva, ma ben altre soddisfazioni sono raggiunte. A Bruxelles, la Juventus passa per 1 a 0 con gol di Platini; il Liverpool è battuto, ma questa finale sarà per sempre nella memoria di tutti per la sciagura dell’Heysel. Nello stesso anno, a Tokyo, la compagine bianconera si aggiudica la Coppa Intercontinentale, battendo ai rigori l’Argentinos Juniors.
Nel 1986, c’è la conquista dell’ultimo scudetto per Gaetano Scirea, il settimo da quando milita alla Juve. In nazionale la sua ultima partita la gioca il 17 giugno del 1986, mentre con la Junventus gioca fino al 1988, prima di ritirarsi, dopo aver disputato ben 552 incontri, tra campionato e coppe, con i bianconeri, segnando 32 gol. La longevità calcistica di Scirea ha ostacolato a lungo le ambizioni azzurre di un altro grande libero del calcio italiano e mondiale, Franco Baresi; questo fatto la dice lunga sulla bravura del bianconero. Scirea è stato come Beckenbauer un rivoluzionario del ruolo di difensore. Il suo è un ruolo moderno, il libero che si muove in avanti senza palla e che aiuta il centrocampo nelle manovre offensive. Tra i suoi primati, ce n’è uno che ci fa capire meglio la grandezza del giocatore: NON E’ MAI STATO ESPULSO.
Finita la carriera da calciatore, ne comincia subito un’altra, a fianco di Dino Zoff, come secondo allenatore alla Juventus; purtroppo per questo grande campione, in campo e fuori, il destino è stato crudele.
Il 3 settembre del 1989, a Babsc, in Polonia, muore tragicamente in un incidente stradale: si trovava lì come osservatore per conto della Juventus. Gaetano Scirea, va comunque ricordato lì, sul campo, a comandare la difesa, come un generale con il proprio esercito

RIVERA

Gianni Rivera è nato il 18 agosto del 1943 ad Alessandria ed è entrato nella storia come il primo italiano a conquistare il prestigioso Pallone d’Oro.
Gianni Rivera

Nel 1959, ad appena 16 anni, esordisce in serie A con l’Alessandria, la squadra della sua città, ed è subito battezzato il golden boy del calcio italiano. Nella massima serie del calcio italiano, colleziona ben 527 presenze con 128 reti. Rivera ha classe da vendere, è il classico numero 10: agilità, velocità, un tiro preciso, doti che lo accompagnano per tutta la sua carriera agonistica.
Il Milan, nel 1960, lo ingaggia e lo fa subito giocare in prima squadra; con i rossoneri vince tantissimo nelle 16 stagioni che lo vedono grande protagonista. Nel 1962, vince il suo primo scudetto, che dà la possibilità al Milan di disputare la Coppa dei Campioni l’anno successivo.
Il golden boy è dotato di una rara abilità e di un’unica fantasia creativa, qualità che crescono con l’esperienza milanista, ma che fanno crescere, e non di poco, anche il club rossonero.
Nel 1963, il Milan gioca a Wembley la finale di Coppa Campioni contro il Benefica di Eusebio, ma, nonostante il vantaggio dei portoghesi, il capoluogo lombardo può festeggiare la vittoria del prestigioso trofeo per 2 a1. Nel 1967, arriva il successo in Coppa Italia, trofeo che viene conquistato per altre 3 volte, nel 72/73/77. Questo successo porta il Milan a disputare un altro torneo europeo, la Coppa delle Coppe. Nel 1968, è un Rivera pigliatutto, tra club e nazionale. Scudetto prima, Coppa delle Coppe poi. Finale vinta a Rotterdam contro i tedeschi dell’Amburgo per 2 a 0. Con la nazionale italiana, vince a Roma il Campionato Europeo, in finale è la Jugoslavia a cadere. In nazionale, la carriera di Rivera non è sfolgorante come nel club: lo si ricorda principalmente per la famosa staffetta con Mazzola (madre di tutti i dualismi in maglia azzurra) durante i mondiali messicani del 1970. Con la maglia azzurra gioca 70 incontri segnando 14 gol.
I suoi 6 minuti in finale, contro il Brasile, restano i più controversi della storia del calcio azzurro e, a tutt’oggi, molti non si spiegano perché il CT Valcareggi aspettò così tanto a gettare nella mischia il giocatore dal talento più cristallino della nostra nazionale.
Il 1969 è forse l’anno più importante nella carriera di Gianni Rivera. Con il Milan conquista per la seconda volta la Coppa Campioni, battendo a Madrid l’Ajax con un secco 4 a 1. C’è poi il successo mondiale per club, con la Coppa Intercontinentale, ai danni dell’Estudiantes. Ma il successo più importante per il campione piemontese è stato quello di vedersi assegnare il Pallone d’oro; la rivista France Football,

Gianni Rivera oggi

che assegna il trofeo, motiva così la vittoria del golden boy: “In un calcio arido, cattivo, con troppi dubbi di doping e premi elevati, Rivera è il solo a dare un senso di poesia a questo sport”. Nel 1973, a Salonicco, è vincitore con il Milan di un’altra Coppa delle Coppe; ad uscire sconfitto è il Leeds United, per 1 a 0. Nello stesso anno, vince il titolo di capocannoniere del campionato italiano. Il 1979 è l’anno del suo ultimo trionfo sportivo: vince il campionato con la squadra che ha tanto amato e che tanto lo ha visto protagonista.
Dopo 19 anni, decide di lasciare il calcio giocato. Soltanto Franco Baresi saprà, in futuro, farsi amare ed identificare con la squadra milanese al pari di Rivera. Gianni Rivera è stato uno di quei pochi giocatori che hanno avuto in dono dalla natura quella grazia, quella tecnica e la visione di gioco che su un campo di calcio distinguono un buon giocatore da un vero fuoriclasse.
Attaccate le scarpette al chiodo, Rivera ha dimostrato di avere visione di gioco anche nella vita: vicepresidente del Milan fino al 1986, dal 1987 si è dato alla politica, fino a diventare sottosegretario nel governo Prodi de
l 1996.

FRANZ BECKENBAUER

Franz Beckenbauer
L’unico ad avere vinto il campionato del mondo sia da allenatore che da giocatore
E’ ad oggi) l’unico uomo ad aver vinto i Campionati Mondiali di calcio sia come giocatore che come allenatore: Franz Beckenbauer, il Kaiser. Ha vinto tutto, tranne la Coppa UEFA.
Beckenbauer nasce l’11 settembre del 1945 in un qurtiere operaio di Monaco, in Germania.
Nel 1955, alla giovanissima età di 10 anni, comincia a giocare per la squadra giovanile del FC Monaco 1906; dopo soli quattro anni, nel 1959, entra a far parte delle giovanili del Bayern di Monaco.
Nel 1962, a diciassette anni, lascia il lavoro come praticante assicuratore, per dedicare il proprio tempo al calcio, alla sua squadra, il Bayern. Nel 1964, debutta con il Bayern di Monaco vincendo per 4 a 0 contro il St. Pauli, ad Amburgo. Il 1965 è un anno molto importante per il Kaiser; infatti, debutta in Nazionale, con la Germania Ovest, a Stoccolma, Svezia, contro i padroni di casa, in una partita decisiva per le qualificazioni ai Mondiali del 1966 in Inghilterra.
26 settembre: l’occasione è unica, il palcoscenico ideale per farsi conoscere ai grandi livelli. Franz Beckenbauer non delude, la sua è una freddezza glaciale, gioca e lotta da grande campione. La Germania Ovest vince per 2 a 1, il Mondiale lo aspetta. Nel 1966, ai Campionati organizzati dall’Inghilterra, tutto il mondo scopre il Kaiser ed il ruolo da lui inventato: il libero d’attacco, che insieme al suo allenatore del Bayern, Taschik Cajkovski, stava sviluppando.
Ai mondiali inglesi è grande protagonista, segna 4 gol nel torneo; uno di questi, contro la Svizzera, è da ricordare: si lancia all’attacco insieme al compagno di squadra Uwe Seeler, è un dai e vai continuo e quando si trova di fronte al portiere svizzero Elsner che si lancia a sinistra, Beckenbauer scarta a destra e tira, è gol! In finale, nel tempio di Wembley, è bravissimo a marcare da vero mastino l’asso inglese Bobby Charlton; nonostante ciò, è l’Inghilterra a vincere il Mondiale. L’incontro finisce 4 a 2, dopo i tempi supplementari; il Kaiser ha perso la battaglia, ma una stella è nata nel firmamento del calcio internazionale. Con la sua nazionale, disputerà ben 103 incontri, tra il 26 settembre 1965, contro la Svezia, ed il 23 febbraio 1977, contro la Francia, un record! Nell’anno della delusione riesce però a vincere la Coppa di Germania, che permetterà al Bayern di disputare la Coppa delle Coppe l’anno successivo. Molti critici sostenevano che Beckenbauer, giocando da difensore, sprecasse il proprio
talento: ha sempre smentito tutti, il calcio stava cambiando, ed il suo ruolo innovativo gli permetteva di comandare le partite a suo piacimento: nessuno dimentica le sue micidiali discese e i suoi uno-due con il compagno Gerd Muller, azioni e goal rimasti negli annali del calcio come grandi pezzi da antologia. Willi Schulz, suo compagno ai mondiali del 1966, dice di lui: “Ha trasformato il calcio in una forma d’arte”. Nel 1967, da capitano, guida il Bayern di Monaco alla vittoria della Coppa delle Coppe contro il Glasgow Rangers, partita giocata a Norimberga e chiusasi con il punteggio di 1 a 0, dopo i tempi supplementari. Nel 1969, vince il campionato di calcio tedesco e la seconda Coppa di Germania, ma saranno gli anni 70 a dargli le massime soddisfazioni.

Nel 1970, ai mondiali messicani, nel pieno della propria maturità, incontra un’altra storica sconfitta, quella dell’indimenticabile semifinale contro l’Italia di Riva e Rivera, finita con la vittoria degli azzurri per 4 a 3, dopo i tempi supplementari, e giudicata dagli esperti “la partita più bella di tutti i tempi”.
Nel 1972, a Bruxelles, la Germania ovest, capitanata da un certo Franz Beckenbauer vince il Campionato Europeo, battendo, in finale, l’Unione Sovietica per 3 a 0. Il Kaiser attacca dal fondo e dimostra calma e visione di gioco impeccabili e, insieme a Muller e Wimmer (autori dei gol), crea il caos nella retroguardia sovietica. I tedeschi, con questa vittoria, si confermano squadra da battere, anche perché i prossimi Mondiali li avrebbero disputati in casa. La grazia e l’eleganza dei suoi movimenti in campo, unite ad un fisico atletico ed ottima visione di gioco, gli danno la possibilità di sfruttare ogni errore delle difese avversarie, procurando tante opportunità di gol. Quest’anno si corona con la nomina di Beckenbauer a “Miglior calciatore europeo dell’anno”, vince il Pallone d’oro, ma anche il secondo scudetto con il Bayern.
Nel 1973, vince nuovamente il campionato tedesco: è in una forma stupenda, aspetta il Mondiale che si disputerà l’anni successivo. Nel 1974, Beckenbauer detta legge, è il suo anno, quello che riesce ad ottenere è più di un Grande Slam; infatti vince scudetto e Coppa dei Campioni, ma al posto della Coppa nazionale, il Kaiser preferisce il Mondiale. Dopo aver vinto il terzo scudetto di fila, il Bayern si presenta a Bruxelles per la finalissima di Coppa Campioni; la partita finisce 1 a 1 contro gli spagnoli dell’Atletico Madrid, ma nella ripetizione dell’incontro (il regolamento non prevedeva ancora i rigori), i tedeschi battono con un sonoro 4 a 0 i madrileni. Il trofeo più importante vinto quest’anno è però la Coppa del Mondo. I tedeschi riescono a riportare la coppa in patria;

Franz Beckenbauer allenatore

sono passati vent’anni dal loro ultimo trionfo nella prestigiosa competizione e quest’anno sono anche gli organizzatori del torneo.
La finalissima è tra i padroni di casa e l’Olanda, del calcio totale, di Cruyff. L’avvio è tremendo, i tulipani partono all’attacco ed al 1′ minuto Cruyff è steso in area da Hoeness: è rigore e Neeskens mette in rete il gol più veloce segnato in una finale di Coppa del Mondo. La Germania non ci sta; dopo il pareggio di Breitner su rigore, arriva al 43′(sempre del primo tempo) il gol successo di Muller. La Germania ovest è campione del mondo, il Kaiser è il difensore-attaccante più invidiato.
Non ancora sazio, guida la sua squadra ad altri due storici trionfi in Coppa dei Campioni: prima battendo nel 1975, a Parigi, gli inglesi del Leeds United, con un facile 2 a 0, poi vincendo per il terzo anno consecutivo la competizione, questa volta ai danni del St. Etienne, a Glasgow nel 1976, anno in cui gli viene assegnato il secondo Pallone d’oro. Il 1976 non è ancora finito; in una doppia finale contro il Cruzerio, il Bayern si aggiudica anche la Coppa Intercontinentale: è l’apice della carriera di quello che possiamo definire il “Kaiser di tutti i titoli”. Tra il 1965 ed il 1977, gioca più di 396 incontri, segnando 44 gol per il Bayern di Monaco; gioca la sua ultima partita con la maglia della nazionale tedesca il 23 febbraio 1977, al Parco dei Principi di Parigi. Vince la Francia e Beckenbauer, a 32 anni, esce di scena, ma non abbandona ancora il calcio giocato. Nel 1977 viene accolto in America, gioca con la squadra di New York, al fianco di Pelè; comincia a vincere anche oltre oceano: infatti, nel 1977/78/80, arrivano i trionfi nel campionato di calcio statunitense, NASL Soccer Bowl, con la maglia dei Cosmos. Classe e popolarità di due campioni del loro calibro sono stati un vero e proprio veicolo promozionale per il calcio negli Stati Uniti.
Nel 1984, lasciato il calcio giocato, Beckenbauer è ambito da giornali ed emittenti televisive, fino a quando gli viene offerta la possibilità di allenare la nazionale maggiore. Succede a Jupp Derwall come commissario tecnico della Germania ovest: la scommessa è vincente. Dopo un secondo posto ai Mondiali messicani del 1986, sconfitta subita contro l’Argentina di Maradona per 3 a 2, la nazionale tedesca si prende la rivincita quattro anni più tardi.

Beckenbauer oggi

In Italia nel 1990, Matthaeus e compagni, guidati dal Kaiser versione tecnico vincente, battono l’Argentina per 1 a 0, negando a Maradona il secondo Mondiale consecutivo. Beckenbauer entra nella storia: nessuno fino a quel momento vantava un mondiale da giocatore ed uno da allenatore. Lasciata la panchina della nazionale nel 1993, dopo una breve parentesi come allenatore dell’Olympique di Marsiglia, torna al Bayern come vicepresidente.
Nel 1994, allena la sua squadra di una vita, la porta a vincere il campionato, divenendone poi presidente. Nel 1998, Franz Beckenbauer è nominato giocatore tedesco del secolo e boccia l’idea del regista Tony Wiegand di un film sulla sua vita.
Di Kaiser Franz si può dire che è stato il primo interprete del calcio.

LEV YASHIN “IL PORTIERE”

Lev Ivanovic Jašin ( Mosca 22 ottobre 1929 – 20 marzo 1990). Calciatore sovietico.

Nato in una famiglia di operai dell’industria pesante, iniziò a lavorare durante la guerra a 12 anni per rimpiazzare i colleghi più anziani impegnati al fronte. Le sue qualità di portiere si evidenziarono subito, vista la prontezza di riflessi con cui il giovane Lev riusciva ad afferrare al volo bulloni e altri oggetti che i suoi compagni di fabbrica gli tiravano per gioco.

Entrato prima dei vent’anni nella squadra del Ministero dell’Interno della Dynamo Mosca, fu inizialmente destinato alla squadra di hockey su ghiaccio, visto che il portiere titolare e inamovibile di quella di calcio era Aleksej Khomic detto “la Tigre”. Come portiere della squadra di hockey, Jáshin vinse il campionato sovietico del 1953.

La svolta arrivò nel 1954, quando Khomic ebbe un infortunio e al venticinquenne Lev fu offerta l’opportunità di giocare titolare nella squadra di calcio. Da quel momento non abbandonò più i pali della Dynamo, con la quale avrebbe vinto cinque titoli di campione nazionale e tre coppe dell’URSS: nella squadra moscovita giocò fino al 1970, anno di fine attività. Difese per 326 volte la porta della Dynamo, rimanendo imbattuto in 211 partite.

Contemporaneamente all’affermazione in prima squadra, arrivò anche la convocazione in Nazionale: dal 1954 al 1967 giocò in tre edizioni del campionato del mondo (1958 in Svezia, 1962 in Cile e 1966 in Inghilterra), classificandosi quarto nel 1966. Partecipò anche alle prime due edizioni del campionato europeo di calcio, quella del 1960 in Francia (che l’URSS vinse) e quella del 1964 in Spagna (dove l’URSS arrivò in finale) e vinse il titolo di campione olimpico di calcio ai Giochi del 1956 a Melbourne. Proprio negli anni del titolo olimpico nacque il soprannome di Ragno Nero: Jáshin infatti giocava con una tenuta completamente nera, e i suoi eccezionali riflessi (a dispetto della sua altezza, 190 cm.) davano l’impressione che egli avesse ben più di due braccia per parare.

La grande ribalta per Jáshin arrivò nel 1963, quando, in occasione della festa d’addio a sir Stanley Matthews, l’Inghilterra organizzò un’amichevole contro una selezione del Resto del Mondo: il portiere sovietico fu chiamato a difendere i pali della squadra ospite e, di fronte a 100.000 spettatori accorsi a Wembley per salutare Matthews, Jáshin eresse una diga che non fece passare alcun attacco inglese. Anche in ragione di quella prestazione, quell’anno vinse il Pallone d’Oro, unico portiere nella storia di quel premio.

Per i meriti sportivi acquisiti nel corso della sua carriera, e per il lustro dato all’URSS, Jáshin fu insignito nel 1967 dell’Ordine di Lenin, la massima onoreficenza sovietica in tempo di pace, la seconda in assoluto per importanza.

Per celebrare il suo addio all’attività agonistica avvenuta nel 1971 a 42 anni, fu organizzato un incontro in suo onore a Mosca. Tra i protagonisti in campo a rendere omaggio alla carriera di Jáshin vi furono anche Beckenbauer, Eusébio, Facchetti e persino Pelé.

Dopo il ritiro, Jáshin allenò squadre minori e anche alcune giovanili in Finlandia. Nel 1986, a seguito di un grave incidente automobilistico, subì l’amputazione di una gamba all’altezza del ginocchio. Poco dopo gli venne diagnosticato un cancro allo stomaco e a poco servì un’intervento chirurgico – peraltro mal riuscito – cui si sottopose nel tentativo di salvarsi: morì nel 1990, a soli 61 anni.

Nel 1994, in suo onore, la FIFA istituì il Premio Jáshin da destinarsi al miglior portiere della fase finale dei mondiali di calcio.

Squadra:
22 stagioni con la Dinamo Mosca (1949-1971)

Nazionale:
78 presenze

Titoli:
1 Campionato di hockey su ghiaccio 
5 Campionati di calcio
3 Coppe di Russia
1 Olimpiade di calcio
1 Coppa Europa di calcio
1 Pallone d’oro


 

JOHAN NEESKENS

Il personaggio più noto della grande Olanda degli anni 70, quella del calcio totale, è sicuramente Crujff, passato alla storia per la sua indiscussa capacità di essere personaggio anche fuori dai campi di gioco.
Non bisogna dimenticare, però, un altro grande campione che, forse più dello stesso Crujff, incarnò al meglio lo spirito di quella mitica formazione orange: Johan Neeskens.
Egli sapeva interpretare al meglio quell’universalità di ruolo predicata al tempo in Olanda: vero jolly a tutto campo, Neeskens era giocatore completo e continuo, capace di adattarsi a giocare in qualsiasi zona del campo.
Talento precoce (esordisce in nazionale all’età di 19 anni), durante la sua carriera vestì le maglie di Haarlem, Ajax, Barcellona e Cosmos.
Nato nel 1951, visse la sua stagione pi? imprtante proprio nel 1970 quando, oltre all’esordio in nazionale, partecipò con l’Ajax alla conquista dello scudetto (il primo di tre che quel favoloso Ajax vincerà consecutivamente).
L’anno seguente iniziano anche le vittorie in Coppa Europa (quella che sarà poi Coppa Campioni e oggi Champions League): anche in questo caso, l’Ajax, ne vincerà tre consecutivamente.
Grazie alle sue caratteristiche fisiche ed alle grandi doti di incontrista, Neeskens diventa uno dei più grandi difensori europei, ma nella stagione 1973/74 (quando parte Crujff, destinazione Barcellona) si ricicla trequartista-attaccante. In questo ruolo segnerà numerosissime reti (17 in 49 presenze in nazionale ad esempio, giocando una buona parte di queste gare da difensore!), esibendosi in conclusioni altamente spettacolari e molto efficaci.
Neeskens è la dimostrazione vivente dellafilosofia olandese dell’epoca: se sei un buon giocatore, non importa in che ruolo gioco, farai comunque bene.
Durante i mondiali del 1974, Neeskens è uno dei giocatori più ammirati: l’Olanda va in Germania (paese organizzatore) e dà spettacolo.
In quell’anno i tulipani sono la squadra che esprime il miglior calcio al mondo, ma sfortunatamente non basta. E non bastano nemmeno le 5 reti (capocannoniere della manifestazione) che Neskeens realizza: in finale l’Olanda è piegata dai tedeschi, che le impongono un 2-1.
Dopo i mondiali tedeschi si riforma la coppia Neeskens-Crujff: entrambi nel Barcellona, saranno determinanti nella conquista di 1 coppa di Spagna e della Coppa Coppe.
Nel 1978 tentò nuovamente l’assalto alla coppa del Mondo, ma gli orange furono nuovamente sconfitti in finale, questa volta dagli argentini (anche loro padroni di casa!).
La sua carriera termina nelle fila dei New York Cosmos, la stessa squadra in cui terminò la carriera Pelè.
In tempi di super-specializzazioni, dove un tornante si lamenta se deve giocare al centro e viceversa, non sarebbe sbagliato andare a rivedere le partite di questo straordinario giocatore, che seppe imporre la sua classe e il suo talento in ogni ruolo ove venisse impiegato.